Il burattino dalle mille facce

Il burattino dalle mille facce

Trascrizione della conferenza di Herbert Quain in occasione della presentazione del suo libro Il burattino dalle mille facce, tenutasi il 28 dicembre 2020.

I. Il burattino

Non ho scritto di un personaggio. Ho scritto di un modo di esistere nel mondo che è diventato perfettamente normale. Quando parlo del burattino, non mi riferisco a un mostro. Non è qualcuno essenzialmente cattivo. È, piuttosto, qualcuno prodotto —e per questo, profondamente ferito. La sua vita è una performance ininterrotta, estenuante, inutile.

Il burattino è una creatura priva di soggettività. E la soggettività non è solo un fondale emotivo. È una struttura vivente, il nucleo da cui si organizza la nostra esperienza. È ciò che dà forma e spessore al mondo che abitiamo, ciò che permette alla vita di avere direzione, tensione, profondità, senso. Dove c’è soggettività, c’è un orientamento interno, una relazione attiva con ciò che si pensa, si sente, si sceglie – e anche con ciò che fa male. Senza di essa, non vi è conflitto, non vi è storia, non vi è memoria viva. Rimane solo una superficialità che risponde in modo automatico.

Il burattino è stato formato per essere funzionale, non per comprendersi. Ha interiorizzato regole, gesti, toni e frasi, ma non li ha mai fatti propri. Vive intrappolato nel dovere essere, nella ripetizione vuota, nell’illusione che comportarsi correttamente porterà successo, senso e appartenenza.

È un processo lento, ma tenace. Non lascia cicatrici visibili. Non ci sono traumi evidenti. Ciò che c’è è uno svuotamento progressivo dell’interno. Ha imparato a sorridere mentre veniva svuotato. Ha capito che adattarsi era necessario, che consumare era desiderare. E così, si è riempito di frasi fatte invece che di domande.

Questo è il percorso per cui qualcuno perde la propria profondità fino a restare solo superficie. Il processo sottile, quotidiano, attraverso il quale qualcuno —chiunque— si trasforma, senza saperlo, in nessuno.

II. Il conflitto burattino

Il burattino è efficiente, e questa efficienza inganna. Parla, si muove, risponde. Partecipa a tutto, è visibile, pubblica, commenta e condivide. Ma manca qualcosa di essenziale: non abita sé stesso. Non c’è interiorità a sostenere le sue azioni, né una voce propria che le organizza. C’è un’attività costante, ma senza direzione interna. Un fare che non nasce da nessuna parte.

È ciò che mi ha ossessionato. Quella combinazione inquietante di movimento e paralisi. Come qualcuno può essere costantemente presente e, tuttavia, sempre assente. Come può assumere mille forme, mille facce —tutte funzionali, tutte corrette— e, al tempo stesso, non averne una propria. Questa mancanza di centro non si nota subito; si rivela solo quando qualcosa la mette in discussione.

La macchina del burattino funziona bene finché non viene messa in crisi. Ma il conflitto nasce quando qualcosa sfugge al suo copione: qualcuno che non nasconde ciò che prova, una risata che interrompe il tono giusto, una risposta che non cerca di piacere. Non si tratta di uno scontro violento; basta che qualcosa non si adatti al suo mondo appreso.

Allora, qualcosa si attiva. Non perché ci sia un pericolo reale, ma perché la sua struttura si sente minacciata. Il diverso, ciò che non è stato addomesticato, non può essere processato. Non lo odia: semplicemente sente la necessità che stia lontano. Il più lontano possibile.

Non perché non comprenda ciò che vede, ma perché lo ricorda. Perché segnala ciò che una volta aveva: una libertà che è stata censurata, una voce che è stata corretta, un desiderio che è stato adattato fino a trasformarsi in consumo. Qualcosa che restituisce l’immagine di tutto ciò che ha dovuto smantellare per appartenere. Ciò che ha dovuto zittire, cedere, diluire, fino a ridursi a un gradevole fondale.

Ma il burattino ormai non ha un’interiorità da cui metabolizzare questa perdita. Non può leggerla come dolore, né rielaborarla come lutto. Può solo reagire. E reagisce dalle difese, dal disagio, da un giudizio morale che non nasce dall’etica personale, ma dalla pura sopravvivenza emotiva.

Di fronte a ciò, non è possibile alcun dialogo. Il burattino non discute: reagisce. Non domanda: classifica. Non ascolta: interpreta. Il mondo deve rientrare nelle sue categorie, perché altrimenti tutto vacilla. Non può aprirsi all’inaspettato senza mettere a rischio la propria fragile stabilità. Il suo ordine interiore è costruito sulla negazione del conflitto, sulla soppressione del proprio desiderio, sull’illusione del controllo.

Per questo rende l’incomprensibile inaccettabile. Il diverso va ridicolizzato, patologizzato, corretto. Non per convinzione, ma per necessità. Perché se qualcuno riesce ad andare avanti senza aver pagato il prezzo che lui ha pagato, allora tutto il suo sistema perde il poco significato che aveva.

Non si tratta di odio né di rabbia esplicita. Si tratta di una tensione costante tra il bisogno di essere validato e la paura di essere smascherato. Il burattino non vuole essere conosciuto. Vuole essere approvato. E in questa ricerca disperata di restare al passo, tutto ciò che esce dal copione diventa una minaccia.

III. La modalità burattino

Il burattino non è solo un soggetto vuoto. È il prodotto più evidente di qualcosa di più profondo: un sistema.

Un sistema che non ha bisogno di imporsi con violenza, perché agisce con l’efficacia dell’ovvio. Un sistema che non si presenta come tale, ma che organizza la vita. Questo lo chiamo modalità burattino.

La modalità burattino è il quadro invisibile che determina ciò che viene considerato ragionevole, funzionale, accettabile e desiderabile. Si manifesta in consigli benintenzionati, in correzioni leggere, in ordini impliciti. E si sostiene secondo una logica semplice e crudele: io ho rinunciato, dunque anche tu dovresti farlo.

Non vi è un discorso esplicito, né una coercizione diretta. Solo una pedagogia della rinuncia condivisa. Chi ormai è diventato burattino —chi ha ceduto la propria voce, la propria contraddizione, il proprio desiderio, il proprio nome— non può tollerare che un altro conservi ciò che lui ha perso. Non per cattiveria, ma perché la differenza lo mette di fronte alla sua perdita. E questo confronto non è nemmeno accettabile.

Così agisce la modalità burattino: come ogni schema piramidale. Ha bisogno di nuovi adepti per evitare il collasso.

La modalità burattino non obbliga. Convince. Agisce tramite norme travestite da buonsenso, frasi che suonano sagge, una emotività attentamente gestita. Ciò che circola non è l’odio. È la paura. La paura di rimanere fuori da ciò che si suppone sia vivere bene.

E una volta entrati, non ci si può più fermare. Non perché si ottenga un vantaggio, ma perché ormai si è già dato troppo.

IV. Il burattino come somma di rinunce

Tutti, prima o poi, abbiamo rinunciato a qualcosa. Abbiamo taciuto per non ferire. Ci siamo adattati per non stonare. Abbiamo accettato ciò che non volevamo, abbiamo finto ciò che non sentivamo. A volte, queste rinunce sono banali; altre, cruciali. È normale. Fa parte dello stare con gli altri, parte del tentativo di sostenere la trama che ci collega agli altri.

Ma c’è una linea che non sempre si vede arrivare. Un confine labile tra il gesto di adattamento e la resa totale. Tra una concessione temporanea e una forma stabile di abbandono. Non esiste un grande evento che spieghi tutto. C’è qualcos’altro: un accumulo di piccole decisioni, di scelte accomodanti, di rinunce minime che vengono celebrate come maturità, come buon senso, come intelligenza emotiva, come ciò che si chiama saper vivere.

E se si rinuncia abbastanza, si arriva a un punto in cui non si può più tornare indietro. Non perché non sia possibile, ma perché ormai non resta più nulla a cui tornare.

Il burattino è questo. Non qualcuno che ha scelto di essere così, ma qualcuno che, senza accorgersene, ha ceduto nel tempo tutto ciò che lo rendeva qualcuno. Non ha tradito nulla. Ha solo scelto, ancora e ancora, ciò che non richiedeva conflitto. Ciò che dava approvazione immediata. Ciò che garantiva appartenenza.

E allora non c’è tragedia. Non c’è crisi. C’è qualcosa di peggio: una calma anestetizzata.

Non si arriva alla modalità burattino da un giorno all’altro. Ci si arriva così: per accumulo. Per logoramento. Per una pedagogia di rinunce lievi che, in nome del successo, del legame, dell’ordine, finisce per lasciare qualcuno vuoto.

Il burattino è ciò che resta dopo la strage personale delle rinunce.

Ha rinunciato al suo nome in nome di un marchio.
Ha rinunciato alla sua immagine perché non era quella che si aspettavano.
Ha rinunciato alla sua voce perché voleva suonare meglio.
Ha rinunciato alla sua opinione per non essere fuori dai trend del momento.
Ha rinunciato al suo modo di pensare perché non era considerato accademico.
Ha rinunciato alla propria personalità per diventare un parco tematico di sé stesso.
Ha rinunciato alla propria intimità perché aveva bisogno di like.
Ha rinunciato alla propria tenerezza perché non era redditizia.
Ha rinunciato al proprio desiderio perché non era postabile.
Ha rinunciato alla propria etica perché implicava responsabilità.
Ha rinunciato all’indignazione perché non era diplomatica.
Ha rinunciato ai propri diritti in cambio di qualche privilegio.
Ha rinunciato alla propria complessità perché non veniva compresa.
Ha rinunciato alla propria sensibilità perché lo faceva sembrare debole.
Ha rinunciato a impegnarsi perché era più facile riempirsi di impegni.
Ha rinunciato a essere presente perché era più facile essere disponibile.
Ha rinunciato alla propria profondità per restare in superficie con gli altri.
Ha rinunciato alla propria tragedia solo per partecipare a un’altra commedia.
Ha rinunciato alla propria gioia perché non ha trovato con chi condividerla.
Ha rinunciato a essere diverso per paura dell’indifferenza.

Ha rinunciato a tutto, per una vita piena di niente.

Grazie per essere qui.

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