Perché siamo così intolleranti verso le nostre intolleranze?

Perché siamo così intolleranti verso le nostre intolleranze?

Intolleranze alimentari: Quando il corpo dice No.

Negli ultimi anni, le intolleranze alimentari sono diventate protagoniste nelle visite mediche, nelle diete personalizzate e nelle conversazioni quotidiane. Non si tratta di allergie, che implicano reazioni immunologiche gravi, ma di risposte più sottili e persistenti dell’organismo, che semplicemente non tollera alcune sostanze. Oggi sono state individuate decine di intolleranze comuni, e la lista continua ad allungarsi: intolleranza al lattosio, al glutine, al fruttosio, all’istamina, ai solfiti, al sorbitolo, alla caseina, alla caffeina, agli additivi alimentari come il glutammato monosodico, all’alcol, al lievito, ai nitrati e nitriti, ai tannini del vino, alle proteine dell’uovo, alla frutta secca, alle solanacee come pomodoro, peperone o melanzana, al pesce azzurro, ad alcuni tipi di fibre vegetali, perfino alle proteine della carne rossa in soggetti sensibili.

In molti casi, il corpo risponde con infiammazione, malessere generale, gonfiore, emicranie, affaticamento cronico, disturbi intestinali, eruzioni cutanee, cambiamenti di umore o calo di energia vitale. La raccomandazione abituale in questo scenario è chiara: evitare il consumo dell’alimento problematico, regolarne l’esposizione, ascoltare i sintomi e ricercare, in definitiva, una vita più stabile, prevedibile e sana.

Intolleranze emotive: Quando la mente dice No.

Una vita più stabile, prevedibile e sana: sembra essere questa la regola che guida la nostra relazione con il corpo. Tuttavia, se applicassimo le stesse regole alla sfera della mente e dell’anima, scopriremmo presto di aver sviluppato anche lì nostre intolleranze, meno visibili ma ugualmente determinanti.

Non tolleriamo l’attesa, quella sospensione incerta in cui nulla sembra avanzare e il tempo diventa un peso insopportabile. Fuggiamo dalla noia, quella pianura emotiva in cui nessuna novità ci stimola e dove affrontiamo, soli, la durezza della nostra esistenza priva di ornamenti. Evitiamo il conflitto, non solo con gli altri, ma anche con noi stessi, come se il confronto di idee fosse un danno e non un motore.

Siamo intolleranti al dubbio, quella fessura che si apre nelle certezze e ci obbliga a vivere senza sapere, senza avere il terreno saldo sotto i piedi. Troviamo insopportabile la contraddizione, vedere come le nostre idee, desideri o sentimenti si scontrano tra loro, rivelando che non siamo esseri semplici, né logici, né pienamente coerenti.

Rifiutiamo l’ambiguità, quella condizione inevitabile in cui qualcosa può essere vero e falso allo stesso tempo, desiderabile e temuto, bello e sinistro. Temiamo la frustrazione, quel fallimento del desiderio che ci obbliga a riconoscere che non tutto può essere soddisfatto, che i limiti esistono e che, a volte, il mondo non si adatta ai nostri capricci.

Disertiamo davanti alla nostalgia, quella ferita aperta verso ciò che è stato e non tornerà, poiché sentiamo che guardare indietro sia una debolezza. Ci disturba la malinconia, quando la tristezza si insedia senza motivo apparente, ricordandoci che non tutto nella vita è gestibile o spiegabile. E tentiamo di anestetizzare ogni solitudine, anche se indispensabile per riflettere e crescere, rifugiandoci in distrazioni, social network, consumo e rumore.

Ognuna di queste esperienze, essenziali per la vita interiore, viene trattata come un’anomalia da sopprimere. Così come eliminiamo glutine o lattosio per non alterare il nostro equilibrio fisico, eliminiamo conflitto, dubbio, attesa e solitudine per non disturbare una omeostasi emotiva che, paradossalmente, ci rende sempre più fragili.

Omeostasi emotiva: La morte termica dei sentimenti

Nel suo libro I otto peccati capitali della società civile (1973), l’etologo Konrad Lorenz ha avvertito di un processo insidioso che colpisce non solo le dinamiche culturali, ma il cuore stesso della vita emotiva umana: la morte termica dei sentimenti.

Ispirato dal concetto fisico di «morte termica» dell’universo —il momento in cui tutta l’energia si disperde e non esiste più differenza di temperatura tra i corpi—, Lorenz lo applica metaforicamente alla vita affettiva. Una società che elimina sistematicamente il dispiacere, che anestetizza ogni attrito emotivo, tende inevitabilmente verso una omeostasi emotiva: uno stato in cui non vi sono grandi passioni né grandi sofferenze, ma neanche vero entusiasmo, estasi o creatività autentica.

L’omeostasi emotiva implica la ricerca di un equilibrio stabile, costante, privo di perturbazioni. Ma questo equilibrio, perseguito come fine in sé, non neutralizza solo i conflitti distruttivi: spegne anche le tensioni vitali che sostengono l’intensità dell’amore, la profondità della tristezza, la capacità di stupore e l’impulso verso la trasformazione personale.

Secondo Lorenz, questa morte affettiva non sorge spontaneamente. È il risultato di diversi processi propri della società moderna: il comfort materiale eccessivo, che smorza le sfide quotidiane e addormenta l’iniziativa vitale; la iperprotezione emotiva, che infantilizza gli individui e ostacola la maturazione personale; la sovrastimolazione digitale e sensoriale, che satura la percezione con gratificazioni istantanee —like, esibizionismo e consumo rapido di immagini—, allontanandoci da esperienze più lente, profonde e resistenti al circuito della ricompensa immediata; infine, l’intolleranza crescente verso il dispiacere, ormai percepito non come dato naturale dell’esistenza ma come minaccia da sopprimere a ogni costo.

Qui è fondamentale comprendere la distinzione che Lorenz pone tra piacere e dispiacere. La cultura moderna, in apparenza, sembrerebbe essere una cultura del piacere: una civiltà edonista, in cui tutto è orientato al godimento immediato e privo di ostacoli. Ma questa lettura è superficiale. In realtà, sostiene Lorenz, non ci dirigiamo verso una massimizzazione del piacere, ma verso una minimizzazione del dispiacere. Non cerchiamo più piacere di per sé, ma meno dolore, meno conflitto, meno attrito, meno incertezza.

Il risultato è una inquietante paradosso: evitando ogni forma di sofferenza, sacrifichiamo anche la capacità di sentire pienamente. Diventiamo immuni non solo al dolore, ma anche all’esaltazione. Un’umanità che si anestetizza contro la sofferenza, si anestetizza, involontariamente, contro la vita stessa.

Così la modernità genera individui che, lontani dall’essere edonisti espansivi, sono gestori del proprio comfort emotivo, amministratori di un benessere neutro e prevedibile. L’omeostasi emotiva si trasforma così in una trappola: una promessa di felicità che, in fondo, nega le stesse condizioni che rendono possibile la gioia autentica.

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